Sbarchi in Sicilia. Quello che vediamo e non vorremmo vedere


Una premessa è d’obbligo. Quando parliamo di un fenomeno complesso qual’è quello migratorio non possiamo non tenere presente che la causa madre di tutte le altre (compresa la guerra) è l’elevatissimo divario economico tra paesi ricchi e paesi poveri, tra nord e sud del mondo, che, ancora oggi, nonostante una crisi epocale delle nostre economie, esiste.

L’arrivo nel sud Italia di migliaia di migranti – persone adulte e minori – e profughi di guerra in condizioni così precarie è dovuto però alla chiusura delle frontiere che i nostri governi hanno imposto, causando di fatto l’incremento sistematico delle reti criminali del traffico di esseri umani. Senza limitazioni così ostative al diritto di muoversi, un migrante non avrebbe bisogno né di pagare migliaia di dollari per arrivare qui da noi, né di mettersi su un barcone di fortuna per attraversare, a rischio della stessa vita, il Mediterraneo. Non partire da questa premessa significherebbe trattare un fenomeno divenuto ormai sistemico da più di 10 anni come un problema sempre nuovo e sempre ‘emergente’, avallando inconsapevolmente l’assenza istituzionale di politiche serie dell’immigrazione e dell’accoglienza. Dunque sia chiaro: finché il divario tra nord e sud sarà di tale entità le migrazioni di massa ci saranno sempre. Le norme e i dispositivi di chiusura delle frontiere fisiche e giuridiche dell’Europa fortezza potranno solo rendere più precari e pericolosi questi flussi. Mai potranno fermarli! L’arrivo massiccio di flussi migratori direttamente verso le coste siciliane, in particolare nella parte sud-orientale, è però una novità di quest’anno. Questo mutamento è dovuto sia al progressivo ridimensionamento della rotta libico-lampedusana che all’intensificarsi del flusso proveniente dall’Egitto, causato a sua volta dalle crisi politiche e dalle violenze che caratterizzano la situazione in quel paese e in Siria.

L’Italia sta fronteggiando in modo contraddittorio l’accoglienza di queste persone. Da una parte, i reparti della guardia costiera, della guardia di finanza e la marina navale stanno facendo tutto il possibile per salvare i migranti anche in prossimità delle acque internazionali e di Malta. E questo è degno di lode. Dall’altra, però, il nostro paese sta dimostrando una incapacità ormai cronica a gestire l’accoglienza nel rispetto non solo dei diritti umani, ma della umana dignità di queste persone.

In Sicilia, quello che vediamo e che non ci piace è questa gestione sempre ‘emergenziale’ degli sbarchi. Prima accoglienza approntata nei luoghi più improbabili come palestre, palasport o scuole – a Portopalo di Capo Passero addirittura un mercato ittico! Senza una base giuridica chiara che ne definisca procedure e funzioni, restano luoghi super militarizzati gestiti esclusivamente con misure di ‘ordine pubblico’. Al loro interno girano agenti delle varie forze antisommossa con manganelli, manette e pistole piuttosto che medici, psicologi e mediatori culturali. L’accesso agli enti di tutela è consentito solamente – a discrezione di un funzionario prefettizio, dominus assoluto e incontrastato – alle organizzazioni convenzionate come quelle del progetto Praesidium (Save the Children, OIM, UNHCR e CRI) oppure a quelle ‘amiche’ (perché non disturbano), come la Comunità di Sant’Egidio a Catania. Molto spesso manca un presidio sanitario decente. A parte un primo screening sanitario al momento dello sbarco, per il resto in questi luoghi è garantita solo da Croce Rossa provinciale o Misericordie un’assistenza di primo soccorso senza medici né infermieri.

La Regione Sicilia latita ancora, nonostante potrebbe offrire un prezioso contributo definendo un piano regionale per l’asilo come denuncia da tempo il professor Vassallo Paleologo dell’Università di Palermo. Nel concreto, l’accoglienza italiana consiste dunque di trattenimento amministrativo ampiamente oltre il termine delle 48 ore, collocamento in casermoni con materassi a terra, cibo scarso, estrema difficoltà a comunicare sia con le autorità che col mondo esterno che con i parenti (raramente viene rispettato perlomeno il diritto di comunicare alla propria famiglia che si è salvi) e bivacco prolungato nell’attesa che la burocrazia dell’immigrazione eserciti il suo verdetto: accolto o espulso, clandestino o richiedente, minorenne o no. Questi sono solo i problemi di carattere generale che riguardano la non-accoglienza italiana. Ma nello specifico si dovrebbe parlare di carenza di strutture per il collocamento dei minori non accompagnati e della loro mancanza di tutela giuridica, di egiziani adulti rimpatriati per normale prassi sulla base di un accordo bilaterale in contrasto con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo che vieta i respingimenti collettivi e di tutti quei problemi che in gran parte sono causati da leggi liberticide, dall’ignoranza e dal non vedere nell’altro che bussa alle nostre porte un essere umano tale e quale a noi.

L’Italia sembra un grande braccio steso sul mare Mediterraneo: facciamo tutti in modo che il pugno usato contro il migrante diventi una mano tesa pronta ad accoglierlo!

 

Giuseppe Belluardo – Comitato Territoriale ARCI Catania

ArciReport, 3 settembre 2013

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